Che cos’è un algoritmo?

Un algoritmo è un procedimento effettivo, ovvero una serie di step per trasformare un input in un output. L’origine del nome, a differenza di quello che si può pensare, non ha nulla a che fare con tecnicismi scientifici. Deriva, infatti, dal nome di Al-Khwarizmi, un matematico persiano che ha scritto il primo libro sull’algebra intitolato: “Al-Khwārizmī sui numeri indiani”, tradotto in latino: “Algoritmi de numero Indorum”. Ecco comparire la parola “algoritmi”.

La pronuncia della Cassazione.

Il 25 maggio 2021 la Prima Sezione della Corte di Cassazione ha emesso l’ordinanza n. 14381 in cui afferma un importante principio: “in tema di trattamento dei dati personali, il consenso è validamente prestato solo se espresso liberamente e specificatamente. Nel caso di una piattaforma web basata su un algoritmo, il requisito di consapevolezza non può considerarsi soddisfatto ove lo schema esecutivo dell’algoritmo e gli elementi di cui è composto sono ignoti o non conoscibili da parte degli interessati”.

Quindi, la trasparenza circa i meccanismi di funzionamento dell’algoritmo è una condizione inderogabile. In assenza, il consenso prestato dall’interessato al trattamento dei dati personali non può considerarsi valido.

Il caso.

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguardava l’utilizzo, da parte di un’associazione, di una piattaforma web (dotata di archivio informatico) la cui funzione consisteva nell’elaborazione di profili reputazionali relativi a persone fisiche e giuridiche, al fine di contrastare fenomeni basati sulla creazione di profili inveritieri e di calcolare, in maniera imparziale, il c.d. rating reputazionale dei soggetti.

In questo modo, i terzi fruitori del servizio avevano la possibilità, attraverso la piattaforma, di verificare la credibilità dei profili.

La Cassazione, a seguito del ricorso del Garante per la protezione dei dati personali, proposto contro la sentenza del Tribunale di Roma n. 5715/2018, ha sostenuto l’illiceità del summenzionato sistema e del trattamento dei dati effettuato perché manca una base giuridica che lo giustifichi.

Inoltre, la Cassazione censura il fatto che il Tribunale di Roma non ha considerato gli elementi suscettibili di incidere sulla serietà della manifestazione del consenso e, tra questi, proprio gli elementi implicati e considerati nell’algoritmo utilizzato, il funzionamento del quale è essenziale al calcolo del rating.

Tra l’altro, la scarsa trasparenza dell’algoritmo non era stata ritenuta decisiva dall’impugnata sentenza, nella quale si affermava semplicemente  la scarsa incisività dei dubbi relativi al sistema automatizzato di calcolo per la definizione del rating reputazionale, basandosi sul fatto che la validità della formula riguarderebbe “il momento valutativo del procedimento”, a fronte del quale spetterebbe invece al mercato “stabilire l’efficacia e la bontà del risultato ovvero del servizio prestato dalla piattaforma”.

Tale impostazione non è condivisa dalla Suprema Corte, la quale sostiene che il presupposto della liceità del trattamento è proprio costituito dalla validità del consenso che si assume prestato al momento dell’adesione. Non si può, di conseguenza, affermare che l’adesione a una piattaforma da parte degli interessati comprenda anche l’accettazione di un sistema automatizzato, che si avvale di un algoritmo, per la valutazione oggettiva di dati personali, laddove non sia reso conoscibile lo schema esecutivo attraverso cui l’algoritmo si esprime.

 

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